Rinascimento del vino in Val d’Orcia
Il rinascimento del vino non è una teoria. È qualcosa che accade, a volte, in una stanza.
Castiglion d’Orcia, una chiesa sconsacrata, e una prostata che non aspetta nessuno.
C’è un momento, nelle prime ore di un evento che hai costruito nella testa per settimane, in cui realizzi che forse, solo forse, hai esagerato. Il mio è arrivato alle 8:43 di mattina, dodici minuti prima di aprire bocca in una chiesa sconsacrata a Castiglion d’Orcia, nel cuore della Val d’Orcia. Il tufo millenario delle pareti assorbiva la luce di marzo con una pazienza antica, la stessa con cui da secoli assorbe preghiere, peccati e il passaggio di eserciti che non esisteranno mai più.
Una stanza fuori scala
La rocca sopra di noi era stata eretta nell’XI secolo dai Salimbeni, potente famiglia senese che controllava queste terre con un’autorità assoluta e poco incline al confronto. Un po’ come il Sangiovese nelle annate calde, pensai. Sorrisi tra me. Poi smisi di sorridere, perché mi resi conto che avevo dieci ore davanti a me.
Dieci ore con Angelo Gaja, con il professor Mario Fregoni, Presidente Onorario dell’OIV, e con Aubert de Villaine, presente attraverso un messaggio video capace di riempire la navata più di molte presenze fisiche. La sua voce parlava del vino come prodotto millenario della cultura, capace di unire le persone attraverso i secoli, i confini e le lingue. Il vino non come bevanda, ma come atto di civiltà.
Quando quella voce ha smesso di parlare, nella stanza è rimasto qualcosa di denso. Un silenzio preciso, quello che nasce quando qualcuno ha detto esattamente la cosa giusta. Con Federico Radi di Biondi Santi si entrava invece in una continuità viva, fatta di visione e memoria. Ho passato anni ad assaggiare dalle botti con Franco Biondi Santi, e solo poco prima della sua morte ho scoperto che mio zio era il suo sarto. Il mondo del vino è piccolo. In Italia è una famiglia allargata, capace di prodigi e di tensioni nello stesso tempo.
Gambelli e il senso del vino
Il titolo della giornata era Reincontrare Giulio Gambelli. Definirlo enologo è riduttivo. Gambelli era un ascoltatore. Uno che non cercava di fare il vino, ma di ascoltarlo davvero. Si addormentava dopo gli assaggi a Poggio di Sotto. Era una coscienza. E noi eravamo lì, in quella chiesa sconsacrata, a chiederci cosa rimane di una coscienza quando il mondo che l’ha generata cambia forma.
La paura e il ruolo
Devo essere onesto, avevo paura. Non la paura dell’oratore che teme di annoiare. Quella è gestibile. Questa era più sottile. Era la sensazione di non essere all’altezza del peso della stanza. Quando devi passare da Jacky Rigaux al professor Fregoni, quando si parla delle origini della viticoltura, del Monte Ararat e del cambiamento climatico come ritorno a qualcosa che pensavamo superato, capisci che non sei lì per fare bella figura.
Sei lì per servire la conversazione. Come il Cabernet Franc nella Loira. Non deve impressionare, deve tenere insieme. Ci ho messo due ore per capirlo.
Il momento più umano
Poi è arrivata la prima pausa caffè, e con lei una forma inattesa di salvezza. Quando raduni alcuni dei più grandi produttori del mondo, tutti con più di sessant’anni, succede una cosa curiosa. Da un lato, la gerarchia intellettuale è verticale e intimidatoria. Dall’altro, quella fisiologica è perfettamente democratica.
Il primo movimento verso la toilette ha cambiato tutto. Si è iniziato a ridere, a parlare con leggerezza, a creare piccoli gruppi. Ho visto Gaja prendere appunti come tracce di un geroglifico e poi trasformarli in un discorso limpido. Più tardi siamo scesi insieme le scale della rocca con attenzione, evitando scherzi delle ginocchia. A pranzo, con Mattia Vezzola e Giacomo Manzoni, la conversazione si è fatta più semplice. Più umana.
Ed è lì che ho capito qualcosa di essenziale. Questi giganti del vino sono anche uomini. Persone che hanno passato la vita nei campi e nelle cantine. Il loro pensiero finissimo convive con un corpo che segue le sue regole. E questa consapevolezza mi ha liberato completamente.
Il punto di Fregoni
Da quel momento ho iniziato a moderare come si fa tra amici. La mattina era stata densa come un Brunello Riserva di Poggio di Sotto. Tuttavia, un’idea emergeva sopra tutte. Fregoni ha ribaltato il modo in cui pensiamo il rinascimento del vino e il cambiamento climatico.
L’innesto su portinnesti americani, adottato dopo la fillossera, non è stata una scelta. È stata una resa. Una risposta d’emergenza diventata sistema. Per ottomila anni la Vitis vinifera è stata coltivata senza innesto. Le viti vivevano secoli. Oggi esistono ancora esempi in Sardegna, sull’Etna, in Alto Adige e in Irpinia. Le viti innestate, invece, hanno una vita molto più breve. Questa non è solo una differenza tecnica. È una differenza culturale, ed è qui che il rinascimento del vino diventa una domanda concreta.
Il paradosso del vigore
Il paradosso è nel vigore. I portinnesti lo aumentano, ma il vigore non è sempre un vantaggio. Più vigore significa più produzione. Di conseguenza, più produzione spesso significa meno qualità. Le viti non innestate mantengono un equilibrio diverso. Hanno riserve più profonde e reagiscono meglio agli stress. Anche la compatibilità tra pianta e portinnesto resta un tema aperto.
Nel contesto del rinascimento del vino, questa riflessione diventa inevitabile.
Ripensare la viticoltura
Le viti non innestate mostrano una maggiore resistenza alla siccità, al calcare e alla salinità. Molti portinnesti americani soffrono lo stress idrico. In un mondo che si scalda, è una questione enorme.
Abbiamo scelto la strada giusta?
Esistono alternative. Terreni sabbiosi, suoli vulcanici, altitudini elevate, climi freddi. In alcuni contesti si sperimenta la sommersione invernale. Inoltre, milioni di ettari di vigne non innestate esistono già nel mondo, ma non sono al centro del racconto dominante.
Qualcuno dalla sala ha detto, hai fatto bene a risvegliarci. Non era retorica.
Oltre il come
Nel corso della giornata la conversazione si è spostata. Non si parlava più solo di come fare il vino, ma del perché. Montalcino, Chianti Classico, Piemonte, Borgogna. Voci diverse, stessa direzione. Identità, longevità, adattamento.
Tre modi diversi per dire la stessa cosa. Il rinascimento del vino non è un punto di arrivo. È un metodo.
Una scelta presente
Nel pomeriggio tutto si è fatto più profondo. Biodinamica, micro terroir, visione a lungo termine. La Borgogna ha riportato il discorso alla precisione. Differenze minime nello spazio producono effetti enormi nel bicchiere. La vigna diventa memoria, evoluzione e futuro.
Si è parlato anche di tecnologia. L’intelligenza artificiale aiuterà il vignaiolo, ma non lo sostituirà. E poi il sughero, materiale antico e ancora insostituibile.
Quella chiesa ci ha contenuti per dieci ore. Ci ha ascoltati, proprio come Gambelli ascoltava il vino.
Alla fine è rimasta un’idea semplice. Il rinascimento del vino non è una promessa del futuro. È una scelta del presente. Prima di cambiare il vigneto bisogna cambiare lo sguardo.
E a volte basta una stanza. Una conversazione. E il ricordarsi che anche i più grandi restano, alla fine, profondamente umani.
Esistono solo nel vino. E nemmeno sempre.



