La regione vinicola più piccola d’Italia, un vitigno arrivato soltanto negli anni Settanta e tre ettari coltivati oltre il limite altimetrico della denominazione. Verticale 2019–2024 di Sopraquota 900.
Partiamo dalle proporzioni, perché senza quelle non si capisce niente. La Valle d’Aosta è la regione vinicola più piccola d’Italia: circa 450 ettari vitati e meno di 19.000 ettolitri prodotti nel 2022, più o meno quanto una sola azienda siciliana di medie dimensioni. Di quei 450 ettari, la Petite Arvine ne occupa una ventina. Venti.
Il vitigno è di casa dall’altra parte del confine, nel Vallese svizzero, dove copre circa 160 ettari. In Valle d’Aosta è arrivato soltanto negli anni Settanta. Quando, nel 2016, Nicola Rosset e suo padre Cesare hanno preso tre ettari di Petite Arvine sopra Quart, si sono assicurati qualcosa come un settimo dell’intera superficie italiana dedicata al vitigno.
Le parcelle si trovano fra gli 880 e i 925 metri, oltre il tetto dei 750 metri fissato dalla denominazione Valle d’Aosta. Per questo il vino esce come Sopraquota 900: un nome che è insieme una descrizione geografica e un’alzata di spalle verso il regolamento. La vendemmia è manuale, in cassette piccole, e l’uva scende dalla montagna su un cingolato.
La Petite Arvine viene chiamata la vite dei ghiacciai e qui sembra comportarsi esattamente come tale. Fermentazione e affinamento si dividono fra acciaio, legno, anfora e orcio di terracotta. Attraverso sei annate, il risultato è un vino capace di trovare ogni volta un modo diverso di essere salino.
Tre ettari sopra Quart rappresentano circa un settimo di tutta la Petite Arvine coltivata in Italia.
Le sei annate
2019 ★★★★★
Minerale, rotondo, intenso, ricchissimo. Erbe di montagna note di susina, pompelmo, pietra focaia e lime. Con una croccantezza che impedisce alla materia di sedersi. È il punto di riferimento della batteria: se qualcuno vi chiede cosa sappia fare la Petite Arvine d’alta quota, versategli questa.
2020 ****
Frutti bianchi, fiori, spezie, anice e burro, con un tratto lievemente fumé. In bocca cresce progressivamente. È forse il vino più completo nell’architettura, anche se non il più emozionante. Un’annata che nei bianchi alpini ha lavorato meglio che altrove.
2021***
Guava, mineralità profonda, frutto tropicale e alcol in evidenza. È il vino che mi convince meno: il più pesante della serie. Vale la pena segnalarlo perché il 2021, altrove nel Nord Italia, è un’annata splendida (o una bottiglia infelice?). Qui, a 900 metri e con questo vitigno, ha prodotto peso anziché tensione.
2022***
Minerale e rotondamente burroso, con delle piacevoli note di limone e susina gialla. La materia in bocca è ricca, ma il finale si asciuga mettendo in evidenza l’annata calda che regala certamente un frutto generoso.
2023 ★★★★
Ananas, gelsomino e un tratto entusiasmante di popcorn e whisky. La bocca è intensa, profonda, materica: salina e succosa, è la bocca migliore dell’intera verticale.
2024 ★★★★★
Assenzio, rabarbaro, pesca gialla, mandorla e anice. Poi arriva un palato esplosivo: succoso, minerale, croccante, con un tratto di fieno. Pompelmo e semi di pompelmo, acidità tesissima e saporita. Giovanissimo, è già il bicchiere più eccitante dei sei.
Cosa portarsi a casa
2019 e 2024 sono le due bottiglie da cercare, ma per ragioni opposte: la prima mostra dove può arrivare questo vino quando ha avuto tempo; la seconda indica la direzione che sta prendendo. Il 2023 è la scelta di chi guarda alla bocca prima che al naso.
Il dato più interessante, però, è il 2021. In Alto Adige e nelle Langhe è un’annata da applausi; qui rappresenta l’anello debole della verticale. L’altitudine, evidentemente, non salva tutto e non rende uniformi le vendemmie: cambia il modo in cui il vino le racconta.
È il genere di dettaglio che emerge soltanto mettendo le annate una accanto all’altra. Ed è il motivo per cui le verticali restano lo strumento più onesto che abbiamo.



